Under the olive trees è la conclusione della trilogia dedicata alla regione di Koker, e ne è il compimento perfetto, la magistrale chiusura di un cerchio narrativo e allo stesso tempo la summa del bagaglio tecnico, filosofico e politico di Kiarostami.

Un film nel film, ambientato durante il terremoto di Koker, riprende un segmento della troupe che gira il precedente lungometraggio di Kiarostami, “E la vita continua”, e la trasforma in un'opera autonoma, piena dei temi che contraddistinguono il cinema del nostro, contornato da questa particolarissma struttura metafilmica.

Così il tema centrale diviene l'apparenza, la separazione di classe, l'amore come guerra alla vita.

Houssein ha tutto per fallire, tutto per essere il classico paria in un sistema classista e fortemente gerarchico, ma il suo amore per l'attrice non riconosce i limiti temporali di quel sistema, li rinnega placidamente, con lo sguardo sereno e innocente di un uomo semplice; al contrario lei sembra rifiutarlo “per natura”, perché così è scritto, scolpito nella pietra di un arealtà che non conosce amore, ma solo il ripetersi costante di leggi sempre uguali, che mai cambieranno.

È così che l'amore di Houssein assume il duplice connotato della persistenza come ideologia di combattimento e dell'innocenza come filosofia del cambiamento: è la sua purezza a condurlo sotto gli alberi di ulivo, e la sua resistenza lo strumento perché quella purezza rifulga al di là della società e delle sue regole, al di là delle limitazioni inique di un mondo che non conosce amore.

I campi larghi ci rimandano al classico Bergman, la fermezza pittorica della camera a Tarkovskij, ma è nel nascondimento che quest'opera ci rende vivi, nell'attiva partecipazione umana allo sguardo che si insinua, che potrebbe essere svergognato spettatore di un panorama morente, e diviene invece inno alla vita, alla speranza, all'amore.

Documentare la sofferenza non come atto di intrusione, ma come messaggio a trovare una strada anche laddove sembra esserci il nulla, un deserto, l'arido, l'inconcepibile, e lasciar intravedere un futuro albero pur non riuscendo i semi davvero a germogliare.

Poesia dell'universale.



Antonio Bernardini


Under the olive trees è la conclusione della trilogia dedicata alla regione di Koker, e ne è il compimento perfetto, la magistrale chiusura di un cerchio narrativo e allo stesso tempo la summa del bagaglio tecnico, filosofico e politico di Kiarostami.

Un film nel film, ambientato durante il terremoto di Koker, riprende un segmento della troupe che gira il precedente lungometraggio di Kiarostami, “E la vita continua”, e la trasforma in un'opera autonoma, piena dei temi che contraddistinguono il cinema del nostro, contornato da questa particolarissma struttura metafilmica.

Così il tema centrale diviene l'apparenza, la separazione di classe, l'amore come guerra alla vita.

Houssein ha tutto per fallire, tutto per essere il classico paria in un sistema classista e fortemente gerarchico, ma il suo amore per l'attrice non riconosce i limiti temporali di quel sistema, li rinnega placidamente, con lo sguardo sereno e innocente di un uomo semplice; al contrario lei sembra rifiutarlo “per natura”, perché così è scritto, scolpito nella pietra di un arealtà che non conosce amore, ma solo il ripetersi costante di leggi sempre uguali, che mai cambieranno.

È così che l'amore di Houssein assume il duplice connotato della persistenza come ideologia di combattimento e dell'innocenza come filosofia del cambiamento: è la sua purezza a condurlo sotto gli alberi di ulivo, e la sua resistenza lo strumento perché quella purezza rifulga al di là della società e delle sue regole, al di là delle limitazioni inique di un mondo che non conosce amore.

I campi larghi ci rimandano al classico Bergman, la fermezza pittorica della camera a Tarkovskij, ma è nel nascondimento che quest'opera ci rende vivi, nell'attiva partecipazione umana allo sguardo che si insinua, che potrebbe essere svergognato spettatore di un panorama morente, e diviene invece inno alla vita, alla speranza, all'amore.

Documentare la sofferenza non come atto di intrusione, ma come messaggio a trovare una strada anche laddove sembra esserci il nulla, un deserto, l'arido, l'inconcepibile, e lasciar intravedere un futuro albero pur non riuscendo i semi davvero a germogliare.

Poesia dell'universale.



Antonio Bernardini


Under the olive trees è la conclusione della trilogia dedicata alla regione di Koker, e ne è il compimento perfetto, la magistrale chiusura di un cerchio narrativo e allo stesso tempo la summa del bagaglio tecnico, filosofico e politico di Kiarostami.

Un film nel film, ambientato durante il terremoto di Koker, riprende un segmento della troupe che gira il precedente lungometraggio di Kiarostami, “E la vita continua”, e la trasforma in un'opera autonoma, piena dei temi che contraddistinguono il cinema del nostro, contornato da questa particolarissma struttura metafilmica.

Così il tema centrale diviene l'apparenza, la separazione di classe, l'amore come guerra alla vita.

Houssein ha tutto per fallire, tutto per essere il classico paria in un sistema classista e fortemente gerarchico, ma il suo amore per l'attrice non riconosce i limiti temporali di quel sistema, li rinnega placidamente, con lo sguardo sereno e innocente di un uomo semplice; al contrario lei sembra rifiutarlo “per natura”, perché così è scritto, scolpito nella pietra di un arealtà che non conosce amore, ma solo il ripetersi costante di leggi sempre uguali, che mai cambieranno.

È così che l'amore di Houssein assume il duplice connotato della persistenza come ideologia di combattimento e dell'innocenza come filosofia del cambiamento: è la sua purezza a condurlo sotto gli alberi di ulivo, e la sua resistenza lo strumento perché quella purezza rifulga al di là della società e delle sue regole, al di là delle limitazioni inique di un mondo che non conosce amore.

I campi larghi ci rimandano al classico Bergman, la fermezza pittorica della camera a Tarkovskij, ma è nel nascondimento che quest'opera ci rende vivi, nell'attiva partecipazione umana allo sguardo che si insinua, che potrebbe essere svergognato spettatore di un panorama morente, e diviene invece inno alla vita, alla speranza, all'amore.

Documentare la sofferenza non come atto di intrusione, ma come messaggio a trovare una strada anche laddove sembra esserci il nulla, un deserto, l'arido, l'inconcepibile, e lasciar intravedere un futuro albero pur non riuscendo i semi davvero a germogliare.

Poesia dell'universale.



Antonio Bernardini

THROUGH THE OLIVE TREES 1994

از میان درختان زیتون

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