Il terzo lungometraggio di Abbas Kiarostami è un’opera di importanza capitale non solo nella carriera del regista ma anche e soprattutto nella storia del cinema iraniano e mondiale. Il primo capitolo della trilogia Koker rivela il nome di Kiarostami al mondo, suscita l’ammirazione universale dei più illustri autori contemporanei, da Truffaut a Kurosawa passando per Wenders e Scorsese; e proietta il nome del regista e gli stilemi del suo neorealismo poetico tra i più alti vertici della settima arte.

Come sempre la semplicità del film è solo apparente, l’impostazione favolistica si rivela essere quasi un MacGuffin e dietro al viaggio del piccolo Ahmed alla ricerca sempre più angosciosa della casa del compagno di classe Mohamed si nasconde un’attenta indagine sulla fanciullezza e un’amara riflessione sulla misera indifferenza degli adulti. Lo sguardo del regista nel pedinare il proprio protagonista è di rara sensibilità e raffinatezza; il suo senso tuttavia non si esaurisce su di una compiuta e puntuale ripresa della grande lezione del neorealismo italiano ma la macchina da presa lucida e attenta ci rivela un Kiarostami mai prima d’ora così cinico e impietoso. Sono infatti passati dieci anni dal suo ultimo lavoro e in questo tempo la rivoluzione del ’79 ha sconvolto e radicalmente trasformato l’Iran; Kiarostami non si mostra indifferente di fronte al corso della Storia, anzi ne accoglie le perturbazioni attraverso un’opera che riflette un clima di incomunicabilità esteso ben oltre le universali dinamiche di scontro generazionale. Il lungo flusso di ascolto – o meglio di non ascolto – a cui assistiamo per tutta la durata del film si fa sempre più angosciante e insopportabile man mano che il viaggio del protagonista avanza e si stratifica: inizialmente nato e sentito come istintivo gesto di solidarietà verso un compagno, il compito del piccolo Ahmed assume ben presto i connotati di una missione disperata. E l’agire in solitaria contro il mondo ostile – da qui le somiglianze con il cinema dei bambini di Jean Vigo e François Truffaut – diventa un obbligo morale.


Filippo Bardella


Il terzo lungometraggio di Abbas Kiarostami è un’opera di importanza capitale non solo nella carriera del regista ma anche e soprattutto nella storia del cinema iraniano e mondiale. Il primo capitolo della trilogia Koker rivela il nome di Kiarostami al mondo, suscita l’ammirazione universale dei più illustri autori contemporanei, da Truffaut a Kurosawa passando per Wenders e Scorsese; e proietta il nome del regista e gli stilemi del suo neorealismo poetico tra i più alti vertici della settima arte.

Come sempre la semplicità del film è solo apparente, l’impostazione favolistica si rivela essere quasi un MacGuffin e dietro al viaggio del piccolo Ahmed alla ricerca sempre più angosciosa della casa del compagno di classe Mohamed si nasconde un’attenta indagine sulla fanciullezza e un’amara riflessione sulla misera indifferenza degli adulti. Lo sguardo del regista nel pedinare il proprio protagonista è di rara sensibilità e raffinatezza; il suo senso tuttavia non si esaurisce su di una compiuta e puntuale ripresa della grande lezione del neorealismo italiano ma la macchina da presa lucida e attenta ci rivela un Kiarostami mai prima d’ora così cinico e impietoso. Sono infatti passati dieci anni dal suo ultimo lavoro e in questo tempo la rivoluzione del ’79 ha sconvolto e radicalmente trasformato l’Iran; Kiarostami non si mostra indifferente di fronte al corso della Storia, anzi ne accoglie le perturbazioni attraverso un’opera che riflette un clima di incomunicabilità esteso ben oltre le universali dinamiche di scontro generazionale. Il lungo flusso di ascolto – o meglio di non ascolto – a cui assistiamo per tutta la durata del film si fa sempre più angosciante e insopportabile man mano che il viaggio del protagonista avanza e si stratifica: inizialmente nato e sentito come istintivo gesto di solidarietà verso un compagno, il compito del piccolo Ahmed assume ben presto i connotati di una missione disperata. E l’agire in solitaria contro il mondo ostile – da qui le somiglianze con il cinema dei bambini di Jean Vigo e François Truffaut – diventa un obbligo morale.


Filippo Bardella


Il terzo lungometraggio di Abbas Kiarostami è un’opera di importanza capitale non solo nella carriera del regista ma anche e soprattutto nella storia del cinema iraniano e mondiale. Il primo capitolo della trilogia Koker rivela il nome di Kiarostami al mondo, suscita l’ammirazione universale dei più illustri autori contemporanei, da Truffaut a Kurosawa passando per Wenders e Scorsese; e proietta il nome del regista e gli stilemi del suo neorealismo poetico tra i più alti vertici della settima arte.

Come sempre la semplicità del film è solo apparente, l’impostazione favolistica si rivela essere quasi un MacGuffin e dietro al viaggio del piccolo Ahmed alla ricerca sempre più angosciosa della casa del compagno di classe Mohamed si nasconde un’attenta indagine sulla fanciullezza e un’amara riflessione sulla misera indifferenza degli adulti. Lo sguardo del regista nel pedinare il proprio protagonista è di rara sensibilità e raffinatezza; il suo senso tuttavia non si esaurisce su di una compiuta e puntuale ripresa della grande lezione del neorealismo italiano ma la macchina da presa lucida e attenta ci rivela un Kiarostami mai prima d’ora così cinico e impietoso. Sono infatti passati dieci anni dal suo ultimo lavoro e in questo tempo la rivoluzione del ’79 ha sconvolto e radicalmente trasformato l’Iran; Kiarostami non si mostra indifferente di fronte al corso della Storia, anzi ne accoglie le perturbazioni attraverso un’opera che riflette un clima di incomunicabilità esteso ben oltre le universali dinamiche di scontro generazionale. Il lungo flusso di ascolto – o meglio di non ascolto – a cui assistiamo per tutta la durata del film si fa sempre più angosciante e insopportabile man mano che il viaggio del protagonista avanza e si stratifica: inizialmente nato e sentito come istintivo gesto di solidarietà verso un compagno, il compito del piccolo Ahmed assume ben presto i connotati di una missione disperata. E l’agire in solitaria contro il mondo ostile – da qui le somiglianze con il cinema dei bambini di Jean Vigo e François Truffaut – diventa un obbligo morale.


Filippo Bardella

WHERE IS THE FRIENDS HOUSE? 1987

خانه دوست کجاست؟

SCROLL ME

SCROLL ME